Cara Annalisa,

continuamente penso a due affermazioni bibliche che mi coinvolgono.
Nella bibbia, da qualche parte, sta scritto:
“Mille anni, per il Signore, sono come il giorno di ieri che è passato.”
Anch’io l’ho scritto nel libro di Annalisa: tempo e spazio sono concetti umani, sono stati inventati dall’uomo, ma in realtà non esiste nè il tempo, nè lo spazio. L’uomo ha bisogno di dividere il tempo in ore, minuti, anni, secoli ….. millenni, e lo spazio in ambienti.

Ma Dio no, Dio persegue i suoi piani al di là delle debolezze umane (peccati).
Nella bibbia c’è anche, da qualche parte, che i poveri sono più comprensivi e tolleranti e disponibili tra loro, e anche verso i ricchi che, invece, sono più egoisti, presuntuosi, pretestuosi e intolleranti.
I ricchi sono capaci di negare l’evidenza, se i fatti non collimano con le loro aspettative.
Negano l’evidenza e negano i loro comportamenti e i loro atti e le loro intenzioni.
Non considerano che Dio guarda il cuore e che sopratutto che Dio non dimentica.

Quando mi sono sposata, la mia mamma, piangendo, mi ha detto: “Speriamo che Claudio (che sarebbe diventati mio marito) non ti faccia tribulare come suo padre ha fatto con sua madre”.
Inoltre la mia mamma mi ha detto: “Vai in una famiglia ricca, ma ricorda che le fatiche dei mariti vanno rispettate e risparmiate”.
La prima affermazione della mia mamma mi aveva fatti arrabbiare e subito ho pensato: “ti farò vedere io come sono brava!!!”
Non l’ho palesata e col tempo, ho capito che era dettata dalla mia giovane età, dall’inesperienza, dalla pesunzione e dal fatto che ero innamorata e mi sembrava di poter sollevare il mondo con un dito.

Vivevamo, io e mio marito, a centro metri di distanza. Lui nelle ville di recente costruzione (anni 50-60) e io nel quartiere popolare dei poi!. In Via Artigiani erano tutti lavoratori indefessi e instancabili e si viveva come una famiglia. Ci si aiutava, ci si comprendeva e, soprattutto, si era consapevoli del rapporto di “sudditanza” e di dipendenza dal mondo degli industriali emergenti che davano lavoro e ricchezza. Era un mondo simile a quello medioevale, dove il signorotto dominava e dettava legge. Un mondo dove i poveri: operai e lavoratori subivano le prepotenze della classe ricca emergente, accettandole, anche perchè la classe emergente portava benessere e ricchezza per uscire dal sottosviluppo e ricostruire, dopo la guerra. E qui io sono vissuta. Sentivo, in casa raccontare del ricco che aveva una storia con una del quartiere. Non ho mai sentito critiche, ne giudizi sul fatto, in casa mia, ne nel circondario. Anzi, la compassione e il rincrescimento erano, semmai, per il marito della donna, scelta dal ricco, che non poteva, neppure, portare avanti i propri diritti in quanto contrastavano con le mire del “signorotto”. E compassione per la moglie del ricco, il quale faceva i proprio comodi a casa sua, semmai, mandando via la moglie e non certo l’amante: finchè l’infatuazione è durata.

Noi, ragazzi predeadolescenti e adolescenti, seguivamo con interesse le vicende perchè riguardavano persone da noi conosciute.
Così i ragazzi più grandi del gruppo dei pari ci spiegavano che il nostro vicino veniva tutti i pomeriggi a trovare la mamma, anche perchè, sua moglie aveva bisogno di incontrare l’amante. In caso non avesse avuto l’incontro restava a letto con un fortissimo mal di testa. Noi ragazzi pensavamo all’amante come a un taumaturgo, dedito a guarire le persone con il mal di testa.

Come quando al bar Italia, la locanda della mia mamma, veniva il nobile (50-55 anni) accompagnato da una bella ragazza di vent’anni. Precorreva i tempi moderni: delle veline e delle escort. E per noi ragazzi era un avvenimento. Ma non c’erano nè critiche, nè giudizi. Erano i fatti del momento. Semmai ammirazione, per questa ragazza: disinibita e felice di farsi notare nella sua funzione di accompagnatrice, quasi spudorata, ma consapevole dell’ammirazione che suscitava e, forse, anche dell’invidia che provocava. Atteggiamenti che sicuramente, aveva visto ed appreso in famiglia, (anche perchè il taumaturgo era il padre della ragazza “escort”).
E così, anche quando la vicina ha avuto la figlia (ragazza madre). La bambina è diventata figlia del quartiere, amata e considerata come una figlia legittima.
Si, si è vissuto un periodo bello. Infatti gli anni migliori della mia vita sono stati i ventitrè anni dei poi!.
Ho incominciato a soffrire quando a 20-22 anni, avendo deciso di sposarmi, una zia di mio marito mi disse: “adesso basta studiare, devi pensare alle pulizie della casa e a pulire la cucina americana.”
E’ stato il riferimento della cucina americana a sconvolgermi. In quanto non avevo mai sentito parlare di cucina americana. E non volevo chiedere cos’era, poichè non volevo fare la figura della sprovveduta che , passando da una casa modesta a ricca, neppure sapeva cos’era la cucina americana. Ma io non dormivo di notte pensando alla cucina americana.

Per quanto riguarda la prima affermazione biblica: “Mille anni, per il Signore, sono come il giorno di ieri”! racconto un fatto avvenuto nella nostra famiglia.
Anni fa, a cavallo degli 85-90, trovai mia cognata in ospedale ad abortire. Era rimasta incinta del terzo figlio e, avendone già due, non lo volevano. L’anno scorso, i miei cognati, sono diventati nonni di un bellissimo bambino, che la prima figlia ha avuto da un ragazzo incontrato in una comunità di recupero di tossicodipendenti. E’ proprio vero che il Signore scavalca le nostre debolezze e persegue i suoi piani, nel tempo. Non guarda le nostre intenzioni, le sue vie non sono le nostre vie, ma ottiene ciò che vuole.

Per quanto riguarda la seconda affermazione biblica, racconto un altro fatto riferito alla mia famiglia.
Mia cognata asserisce che in una coppia regolarmente sposata, uno dei due può avere anche l’amante. Nei gossip da rivista ci sono tanti casi e, oggi, le famiglie sono molto variegate: figli legittimi, figli naturali, figli di amanti, figli adottivi. Rispettiamo tutti, sopratutto i bambini, ma ritengo che i figli debbano conoscere la loro provenienza. Anche solo perchè, chi non conosce le proprie radici non può avere futuro. La storia insegna.

“Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili.”

Clara Bertoli Gnutti

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In memoria di Annalisa.

“Signore fà di me uno strumento del tuo amore”

E’ la frase che Marco, il fratello di Annalisa, ha voluto sulla lapide della tomba dove Annalisa riposa. La frase è stata tratta dal diario di Annalisa.
Così, nel nono anniversario della morte di mia figlia, desidero ricordarla per lo scopo che lei stessa ha dato alla sua vita. Spero di renderle cosa gradita, soprattutto rispondente ai suoi desideri e alle sue finalità, anche se, in verità, io me la cavo meglio con i numeri che con le lettere. Ma l’intenzione è ottima.
Noi, famigliari di Annalisa, abbiamo imparato molto dalle vicende in cui siamo stati coinvolti, prima e dopo la sua morte. Una domanda rimane, però, ancora sospesa. La domanda si riferisce alla frase apparsa in testa al necrologio del settembre 1999: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.” (Giovanni 6.68)
Ci siamo chiesti recentemente. E’ giusto che siano le persone “sane” a rivolgersi ai medici e agli psicologi per la tracotanza, l’ipocrisia, la trivialità degli altri?
Ho posto questa domanda al mio medico di famiglia, che ha seguito anche Annalisa, il quale ha definito tali comportamenti con il termine generale di ignoranza.
Il mio medico di famiglia mi ha spiegato che le persone che palesano tali comportamenti li ritengono vincenti. Invece chi li subisce, per non compromettere la salute, ha bisogno di recarsi da persone competenti quali medici e psicologi per avere un aiuto e tenere testa all’ignoranza, purtroppo molto diffusa.
Anche Annalisa era seguita da una psicologo. Marco dice che era troppo buona. Anche noi, come famiglia, abbiamo seguito una terapia famigliare, prima e dopo la tragedia che ci ha colpito.
Dopo nove anni dalla morte di Annalisa possiamo dire che la frase scritta sulla sua tomba: “Signore fà di me uno strumento del tuo amore” ha operato con efficacia. Ci ha mantenuto uniti nella tragedia, ci ha aiutato, noi insieme con i medici a cui ci siamo rivolti per riacquistare un sano equilibrio per continuare a vivere serenamente nel ricordo di Annalisa.
Mi viene in mente la conclusione ricavata dal Manzoni e posta alla fine della storia dei Promessi Sposi.
“Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore.”
Ciao, Annalisa, continua così a seguirci e ad operare in noi. Ti vogliamo bene. La mamma Clara.

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Giornale di Brescia di lunedì 23 Giugno 2014

Oltre la morte.

L’urlo di dolore diviene canto di vita.

Ti chiedi: chi ascolterà l’urlo di dolore della madre che straziata abbraccia la bara del figlio/a. Non temere! Quell’urlo straziante si è unito all’urlo del Crocifisso è penetrato nel sepolcro nero della morte, è stato mutato in perenne canto di vita.
Ti chiedi: chi potrà mai asciugare quelle lacrime. Non temere! Non c’è pianto, non c’è lacrima che non passi per quel volto sfregiato di Crocifisso che non scenda nella tomba e che non venga amorevolmente asciugata dal Risorto. Ti chiedi chi potrà mai raccogliere i lamenti di questa mamma, il dolore violento del cuore e del corpo, le sofferenze di questa creatura? Non temere! Ogni minimo suo dolore, tutto il dolore è stato fatto proprio dalle piaghe, di Cristo Crocifisso, è stato fasciato dal suo sudario, è trasfigurato per sempre dalla luce immortale del Risorto.
Quando veniamo “derubati” dal tesoro più prezioso della nostra vita, i nostri figli/e, ci sdraiamo sulla croce e poi d’improvviso ci accorgiamo che è già occupata, lì incontriamo Gesù Cristo.
Quando si affrontano argomenti così dolorosi e delicati, sembra sempre di non riuscire a trasmettere le emozioni che proviamo dentro di noi, nè ci si sente di trovare le parole adatte che possano esprimere una sofferenza tanto grande, anche se solo pensate e immaginate, figuriamoci vissute. E’ come se il dizionario non sia ancora riuscito a tradurre con una parola un carico di tanto dolore, tanto grande come quello della perdita di una vita.
A noi genitori “privati” dei nostri figli/e, ma anche a voi che non potete capire e non avete colpa, noi non dobbiamo vergognarci di condividere e mettere a nudo il nostro dolore. E’ un modo di arginare quella ferita dolorosa dell’anima, che sanguinerà per sempre, ma anche per far capire agli altri, fortunati che hanno il privilegio di vivere una vita normale e non riescono ad apprezzare l’inestimabile tesoro che posseggono. Noi, non siamo mostri, nè pazzi e neppure malvagi!
Ma un dolore così grande amplifica le emozioni e i sentimenti, ogni cosa diventa difficile e faticosa, vivere per noi è una gran fatica, per cui lasciamo defluire dalla nostra anima ogni sentimento negativo, ci aiuterà ad alleggerirla …. Perdere un figlio è per molti l’inizio della fine.
E resti in piedi, guardi, ascolti, parole e consigli, parole non richieste che fanno solo male, consigli non voluti e che rifiuti di accettare …. Sai bene che nelle intenzioni c’è il desiderio di offrire aiuto a una famiglia piegata dal dolore, ma è facile sopportare il dolore degli altri e altrettanto facile è dispensare parole e consigli che arrivano ad essere crudeli. Poi quelle domande “come va?”, “come stai?”, domande che prima erano necessarie per iniziare un discorso, adesso diventano una coltellata in pieno petto. Impossibile rispondere, impossibile spiegare, non si può capire se non si è provato la stessa terribile esperienza, ormai rispetto agli altri viviamo su piani diversi.
Poi …. quel percorso lungo, doloroso e in solitudine che ti porta alla ricerca di qualcosa che ti faccia accettare quel dolore disumano. Non esistono ricette o medicine e ognuno reagisce come può, vivendolo più o meno intensamente e cercando in se stesso la strada per poter sopravvivere, ognuno deve affrontare il problema come ne è capace, come gli consiglia l’istinto di sopravvivenza …. recuperi l’accaduto dal fondo dell’anima e lo elabori: con il pensiero; il modo più doloroso poichè si innescano i perchè, i ma, i se che ti stringono una spirale soffocante. Con il cuore, ma ti accorgi che non ce l’hai più perchè lo hai chiuso nella bara accanto a tuo figlio/a.
Con la fede, chiedi a Maria di fare da madre a a tuo figlio/a e immaginandolo tra gli angeli in un luogo di pace e serenità chiedi disperatamente che dia un pò di pace anche a te.
Per il famoso “come stai?”, è presto detto: hai qualcosa dentro che ti rode continuamente, un veleno che goccia dopo goccia ti annienta lentamente, la tua mente continua a lavorare incessantemente e gira a ritmi vorticosi instaurando un clima di sfinimento e di impotenza totale, lo stomaco si chiude ma tuttavia sopravvivi per ricordare tuo figlio/a, per portare ogni giorno un fiore sulla sua tomba, sopravvivi per te stessa e per chi resta, anche se forse sbagliando continui a pensare a chi non c’è più e non a chi è rimasto. Ma è un pensiero più forte di te …. un’ossessione! Questo è quanto si prova. Quanto sono graditi in quei momenti i silenzi delle persone che incontri, gli sguardi semplici e partecipi e non da scrutatori d’anime o peggio pieni di compassione. Quanto è gradito un banale “non ho parole”, una fugace toccata di mano, un abbraccio silenzioso, un semplice “ciao” ….
“Dio mio … Dio mio perchè mi hai abbandonato!” è il grido del Figlio al suo “Papà”, Colui che solo può liberarlo da quella morte crudele.
E’ il grido di ogni uomo, che sulla croce si trova solo senza alcun sostegno e si sente incapace di affrontare quel momento così difficile.
E’ il grido che diventa preghiera, la preghiera di ogni uomo/donna, figlio di Dio, che sa di avere un Padre che sempre si prende cura e non abbandona mai i suoi figli e sta con loro nell’ora della prova.
E’ il grido di chi soffre profondamente fino a sentire il dolore della carne, soffre nel corpo e nell’anima. E’ la preghiera di ogni creatura.
E’ la mia, la nostra preghiera nei momenti di buio, di tristezza, angoscia, paura e dove Gesù soffre con noi offre ancora la Sua vita là sul Calvario, e diventa per noi genitori “derubati” luce, gioia, serenità, speranza, e riempie di amore il vuoto, sconfigge ogni timore. Entriamo anche noi con Gesù oggi a Gerusalemme, perchè in noi si compia la volontà del Padre.
La mamma di Diletta.
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25 Giugno 2014 Al giornale di Brescia.Lettere.

Sono la mamma di Annalisa e desidero ringrazia la mamma di Diletta per aver scritto la lettera apparsa sul giornale il 23 giungo u. s. L’urlo di dolore che diviene canto di vita è un “documento” per chi ha perso un figlio, documento nel quale mi riconosco appieno. Nulla da aggiungere, se non complimentarmi con la mamma di Diletta che è riuscita a rendere tanto bene i sentimenti e le emozioni di noi genitori “orfani” che, ormai, “viviamo su piani diversi”.
Grazie, grazie di tutto cuore. La mamma di Annalisa.

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15 Luglio 2014

Continuazione della lettera della mamma di Diletta del 23 Giugno 2014.

Quando, due anni fa, andai a Roma in occasione del tredicesimo anniversario della morte di Annalisa, (4 settembre), il taxista che mi accompagnò in San Pietro per accendere una candela, mi chiese il motivo della mia visita a Roma. Gli raccontai di Annalisa ed egli mi disse: “ma signora che storia triste mi racconta, ecco, mi ha rovinato la giornata”. Ed io per tutta risposta gli dissi: “pensi che a me ha rovinato la vita.”.
Il tempo non è una medicina per le tragedie di questo tipo. L’urlo di dolore diviene sì canto di vita, ma la sofferenza rimane, anzi si acuisce, quando ti prende quel desiderio straziante di rivedere i tuoi cari; desiderio che niente può calmare e compensare. Non certo gli oggetti o i ricordi legati alla vita passata che ti tornano alla mente e che servono a riempire le giornate e il tempo che ti separa dall’incontro definitivo.
Perciò, ai parenti, agli amici, ai conoscenti dico: non considerateci pazzi e non chiedeteci “come va”.
Vi dovremmo rispondere: “va male, sto molto male”. Ma perchè devo rovinare la giornata alle persone fortunate, che non possono capire e alle quali auguro di continuare a non capire?
La perdita di un figlio è un’esperienza così forte che, chi non lo ha provato, non può capire.
Un’esperienza che ti cambia, ti trasforma. Ormai, noi genitori orfani, viviamo su un altro piano.
La mamma di Annalisa.